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1973-1980
Sperimentazioni di interventi presso varie organizzazioni e differenziazione tra formazione e consulenza



La realizzazione di attività di formazione presso le sedi di lavoro abituali, diversificando articolazioni, contenuti, modalità di conduzione, scansioni temporali, ruoli e strumenti corrisponde a una scelta non casuale che è probabilmente ricollegabile ad una costante preoccupazione di fondo, costitutiva e insieme profondamente avvertita e condivisa, di promuovere apprendimenti per il cambiamento, ma anche ad una elaborazione delle iniziali esperienze seminariali, che vengono rilette come astrattamente ripetitive e ancorate a un modello teorico semplificato, in cui vengono sottovalutati quasi per assunto ideologico, impedimenti e blocchi, angosce e dimensioni inconsce: soprattutto viene ri-considerata e rivista la loro collocazione scissa dalla vita abituale, che non risulta facile da ricomporre e che condiziona, fino a renderla impossibile, una effettiva acquisizione di apprendimenti/cambiamenti che abbiano riscontri nella quotidianità lavorativa e nel funzionamento organizzativo. Da qui prende consistenza un duplice sviluppo. Nella pratica viene acquisita un’attenzione sempre più affinata e vigile, volta ad individuare le specificità e le complessità delle “domande” di formazione di cui sono portatori persone singoli, gruppi e organizzazioni.

Movimenti del '68
Infatti cominciano ad arrivare richieste d’intervento rispetto a varie problematiche emergenti sulla scia di molti riassestamenti organizzativi, messi in moto dai movimenti del ’68 in ambito industriale e attivati da nuove leggi riguardanti il sistema scolastico e il sistema sanitario, leggi istitutive di nuovi servizi come i consultori, i centri per le tossicodipendenze, i centri per la salute mentale. Sul piano teorico si comincia a prendere distanza da riferimenti assunti quasi acriticamente e si investe in uno sforzo faticoso e conflittuale di messa a punto concettuale e di precisazione di che cosa significhi adottare una prospettiva psicosociologica in interventi nella realtà organizzativa e sociale.

Sono di quegli anni i lavori alla Montedison, alla Italsider, all’IFAP, all’ENI, all’ENEL, all’IBM, alla CIBA-GEIGY, alla Banca d’Italia, in alcune piccole aziende, ma anche nei Consorzi Sociosanitari di Zona istituiti in Lombardia, presso i Consultori del Comune di Genova e quelli di Pordenone, in Friuli, alla Regione Emilia-Romagna e in Valle d’Aosta…

Si cerca di lavorare meglio, in modo metodologicamente più fondato e monitorato, più preoccupato di esiti positivi rispetto alle esigenze espresse dai clienti. È in questa fase che entrano nel gruppo dei soci Laura Ambrosiano e Gianni Zanarini.

Ciascun membro dello Studio comincia ad esporsi e farsi avanti con le proprie specificità di stili, orientamenti, riferimenti teorici e scelte valoriali. Le dimensioni amicali non bastano più a garantire la coesione del gruppo in cui le differenze si acuiscono e rendono necessarie negoziazioni più esplicite e penose. Alcuni dei fondatori si allontanano anche per seguire altre strade: la carriera universitaria, la professione di psicoanalista, la guida di un’azienda industriale. Renzo Carli diventa professore alla Sapienza e si trasferisce definitivamente a Roma dove, mentre esercita l’attività di psicoanalista, apre lo Studio di Psicosociologia.
 
 

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