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Costruire ipotesi nella formazione e nella consulenza formativa
Da qualche anno nel nostro paese in molte situazioni lavorative, i singoli sono invitati, sollecitati, spinti, costretti a partecipare ad attività di formazione: dalle organizzazioni sanitarie (in cui la posizione lavorativa e la progressione di carriera sono vincolate all'ottenimento di crediti collegati all'aver frequentato corsi, convegni e seminari) alle aziende industriali (in cui è richiesta per legge la realizzazione sistematica di corsi sulla sicurezza ed è continuamente promossa la partecipazione dei manager a varie eventi formativi interni e esterni), alle pubbliche amministrazioni (ovvero comuni, province e regioni in cui vengono proposti un gran numero di corsi, da quelli per chi lavora in front-line, a quelli che trattano di programmazione e controllo di gestione, rivolti a quadri e dirigenti) alle cooperative grandi e piccole (che investono nella preparazione del personale e in varie razionalizzazioni del funzionamento organizzativo), si moltiplicano le iniziative più svariate. A queste poi si aggiungono quelle per cui i singoli si attivano individualmente e che sono offerte da istituzioni universitarie e agenzie pubbliche e private. La formazione dilaga e qua e là emergono anche tentativi, strumenti, progetti di valutazione.
Questo quadro così fitto di azioni e interazioni che rientrano sotto il generico titolo “formazione” sembrerebbe pienamente rispondente e corrispondente a quanto viene auspicato per reggere e gestire le trasformazioni sociali sconvolgenti e squilibranti che già ci travagliano e che si addensano all'orizzonte del prossimo futuro. Sembrerebbe logico tutto questo investire nella formazione perché, come da più parti si sottolinea con insistenza, la crescita culturale, l'acquisizione di maggiori conoscenze e competenze, costituiscono l'unico ancoraggio reale e valido a fronte della irrazionalità e della imprevedibilità dei fenomeni.
Ebbene: se è vero che si realizza molta formazione e che si dichiara che sarebbe necessario realizzarne ancora di più, è anche vero che negli ospedali e nelle industrie, nelle istituzioni pubbliche e nelle cooperative non sembra che i singoli siano sempre più in grado di affrontare, comprendere, gestire la complessità. Dalle caposala, alle assistenti sociali, dai primari ai coordinatori delle cooperative, dai responsabili di dipartimenti e servizi ai coordinatori di piani di zona è davvero difficile cogliere e apprezzare la messa in atto di competenze più affinate nel prendere decisioni, avviare progetti, comunicare con colleghi e collaboratori, interagire con ruoli più elevati, utilizzare ed elaborare dati, ecc...
È da queste considerazioni che nascono gli interrogativi al centro della ricerca/formazione che si intende svolgere nel laboratorio.
La pluralità di iniziative formative che si attuano e che si invocano oggi nelle diverse organizzazioni lavorative quanto sono specificamente pensate e orientate all'acquisizione di competenze da parte dei singoli e al raggiungimento di maggiore dinamicità ed efficacia nel funzionamento complessivo? Quanto sono collegate e mirate attorno ad alcune fragilità e inerzie che i singoli ripropongono nello svolgimento del lavoro? Quanto sono sostanzialmente rinforzi di una cultura del “fare formazione” che si compiace del proprio gergo, di proprie strumentazioni, di propri stili di comunicazione e modelli di comportamento o quanto è scommessa sulla possibilità di suscitare processi di apprendimento che i singoli temono e tendono ad allontanare?
Nel laboratorio ci si propone invece di entrare in modo ravvicinato in situazioni formative che vengono prefigurate, “progettate”, “programmate”, definite, presentate con il proposito e la convinzione di mettere a disposizione effettivamente delle opportunità di apprendimento per coloro che vi partecipano. Si può infatti spesso constatare che anche in questi casi si investono tempo energie, risorse finanziarie e umane per organizzare e realizzare attività che si qualificano per alcuni requisiti formalmente riconosciuti (come ad esempio definizione di un programma articolato, esposizione di obiettivi, utilizzo di gruppi di lavoro e di discussione, o di auto-casi, role-playing, ecc...) e lasciano implicite le ipotesi generali e specifiche su cui le attività stesse si fondano.
Nella realizzazione di iniziative formative inevitabilmente vengono messe in campo ipotesi relative al contesto sociale e culturale, al funzionamento delle organizzazioni e ai rapporti tra individui e organizzazione, soprattutto ipotesi sui processi di apprendimento, sulle dinamiche di gruppo, sui cambiamenti e sui modi in cui avvengono a livello individuale, organizzativo, sociale.
Le ipotesi ci permettono di costruirci una rappresentazione dei contesti, di dare senso a dei fenomeni, di prefigurare delle azioni, di interpretare dei movimenti, di riconoscere degli esiti. Ma se le ipotesi rimangono implicite non possono essere confrontate e discusse con il committente e i destinatari, neppure verificate.
Tuttavia, marcano in modo massiccio le scelte che danno forma alle iniziative formative, quelle cioè che riguardano il modo di rappresentarsi i destinatari e le interazioni tra loro e con loro, le competenze dei formatori e i loro diversi ruoli, i contenuti da trattare, i tempi, gli strumenti, le verifiche.
Gli esiti di ogni attività formativa sono difficilmente identificabili perché apprendimenti e cambiamenti avvengono per una pluralità di fattori noti e ignoti, solo in parte conoscibili e influenzabili. Un'attività formativa può avere esiti positivi per diversi fattori e ragioni, ma è probabile che questi siano difficilmente raggiungibili se non si padroneggiano in modo sufficientemente consistente le ipotesi e se le stesse non sono rese visibili nell'interazione con i committenti per costruire vicinanze che consentano di predisporre condizioni organizzative rendendo la formazione più mirata ed efficace. Il rischio è che le ipotesi sulle questioni che si cercano di trattare con l'attività formativa vengano agite in modo “automatico” o “naturale”, così come la costruzione di ipotesi collegate ai processi di apprendimento e cambiamento che attraverso la formazione ci si propone di promuovere.
La costruzione di ipotesi, non è cosa scontata, ma è frutto di articolati processi elaborativi di letture e approfondimenti culturali; processi di analisi di esperienze in cui siamo stati coinvolti; interazioni tra dimensioni cognitive e dimensioni emotive.
Il laboratorio vuole essere un'opportunità per sperimentarsi assieme ad altri in un lavoro di riconoscimento, di utilizzo, di costruzione di ipotesi e di analisi delle dimensioni cognitivo-emotive attraverso le quali si realizzano questi processi.